LE PAURE DEL MIO PAESE

Nino Bini

2 foto una di un fantasma qualsiasi e una la consegno prossimamente.
Alcuni ricordi di fantasmi, streghe, diavoli vari appartengono al periodo compreso tra il 1850 e il 1950 e sono ricavati dalle antiche cronache, dai ricordi dei miei nonni e bisavoli, da quelli degli amici e da testimonianze orali di volenterosi concittadini.
Il buio era l’habitat naturale di ogni strana parvenza. I lumi accesi lungo le strade gettavano ombre e penombre suggestive in punti diversi. Era Tonino, una guardia comunale, incaricato delle accensioni. Spesso doveva intraprendere e vincere una vera e propria battaglia con la tramontana che fischiava lungo le nostre strade e pareva soffiare per impedirgli di dar fuoco agli stoppini. Quando il tedesco Klein, per la fornitura della luce elettrica sia pubblica che privata, impiantò una centralina a carbone nello scantinato della sua abitazione nell’angolo tra via Cavour e piazza XXIV luglio, pareva il momento buono per la fuga di tutti gli spiriti e delle paure che animavano la comunità.
L’attesa inaugurazione avvenne il I° maggio 1898 alle ore 21. Le lampade collocate in piazza Farinata degli Uberti si accesero, facendo gridare di meraviglia. Subito dopo, però, il signor Klein, tra le urla di vergogna, assistè ad una subitanea fuga di molte donne per l’inaspettato bagliore, che metteva in mostra le tante toppe cucite sulle lunghe sottane, allora in uso. Il povero Klein si domandava il perché di quel subbuglio, mentre i musicisti presenti per l’occasione davano fiato agli ottoni con le note di una canzone in voga, chiamata dagli empolesi “La bella inglesina”.
Le paure di notturni personaggi, tuttavia, non cessarono subito perché, ancora nel secondo decennio del Novecento, i fantasmi furono visti nei pressi del cimitero comunale.
E’ necessario però presentare l’originale personaggio, oggetto dell’accaduto. Abitava a Empoli un poveruomo conosciuto da tutti con il soprannome di “Raspino, con cento metri di budella vuote”. Si dichiarava anarchico e non aveva mai chiesto l’elemosina; al massimo aspettava che il fruttivendolo mettesse fuori il cesto con i torsoli di cavolo o le ceste con la frutta marcita e invendibile, per portarseli a casa, previa richiesta e autorizzazione del verduraio.
Poco dopo la sua morte ebbero inizio le prime voci. Si raccontava come l’anima di Raspino veleggiasse lungo il muro del camposanto, lamentandosi e pentendosi della sua miscredenza in vita.
Intorno al 1920, alcuni amici, seduti al caffè del Nacchi, decisero di recarsi sul posto per vedere con i propri occhi questa ombre piagnucolosa. In una notte senza luna si avvicinarono alla zona dell’apparizione e videro, in effetti, un’ombra che pareva camminare sospesa nell’aria. Senza timore ed in silenzio entrarono nel cimitero, sorprendendo un insolito spettro che camminava sospeso, sì, ma su trampoli di legno alti quanto il muro di cinta. Svelti dettero uno scrollone alle protesi di legno e la controfigura di raspino, perduto l’equilibrio, cadde in terra lamentandosi, questa volta con ragione, per il dolore avvertito.
Si trattava, in realtà, di un povero saltimbanco che, per un tozzo di pane, recitava per qualche mandante il lamento del peccatore. Aiutato dai coraggiosi burloni con qualche moneta, quest’uomo abbandonò i panni dello spettro nel macabro spettacolo del pentito e sparì dalla circolazione.

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