
LIBERTARIO GUERRINI, UN ATIPICO RICERCATORE
Nato a Empoli nel 1919, Libertario Guerrini è stato un appassionato e atipico ricercatore. Figlio di una rivestitrice di fiaschi come molte donne lo erano nella nostra zona, Libertario era un semplice operaio che, per passione, si dedicava in modo empirico alla lettura e alla rielaborazione delle carte d’archivio. “Chi non sia obnubilato da una limitata e burocratica visione del mondo- scrive Leandro Perini nella prefazione ad un suo libro- dovrà ammettere che… esistevano…impiegati dotati di una istruzione elementare (come il Guerrini)…che sapevano leggere documenti antichi e fornire notizie richieste dagli studiosi”.
Quando, nel 1966, Guerrini venne incaricato del riordino dell’archivio storico del comune di Empoli, in collaborazione con la Soprintendenza archivistica della Toscana, la sua istruzione e formazione erano semplici e non specifiche. Nell’immersione diretta dentro la documentazione archivistica, tuttavia, e tramite l’osservazione, l’esperienza, la pazienza e la passione, riusciva da autodidatta a fornire materiali e informazioni alle quali hanno attinto numerosi e più titolati ricercatori. Alcuni hanno più volte sottolineato la sua mancanza di basi culturali specifiche, ma non hanno disdegnato il notevole apporto della ricchezza dei documenti che Guerrini poneva in evidenza e metteva a disposizione di tutti e dai quali molti hanno tratto a piene mani.
Per tutta la vita ha portato vanti i suoi interessi culturali , esempio e testimonianza di impegno ad ampio raggio. “Milita nella Resistenza e svolge importanti funzioni nel CLN di Empoli. Comunista, è eletto consigliere comunale nelle elezioni del 27 maggio 1956 e assessore nella giunta presieduta dal sindaco Gino Ragionieri. Svolge ricerche sul movimento operaio e sindacale e sulla Resistenza, compiendo studi per gli Istituti storici della Resistenza nel gruppo di ricerca coordinato da Ernesto Ragionieri. Cura le fonti archivistiche empolesi e la storia di Empoli dal secolo XV al XVII, ricevendo incarichi per interventi di schedatura e per l’apertura al pubblico dell’archivio storico locale. Lavora alle dipendenze dell’Amministrazione provinciale di Firenze, distaccato presso l’Istituto storico della Resistenza” è scritto nella biografia dell’Istituto Storico della Resistenza.
Si è dedicato alla storia del movimento operaio e sindacale e della Resistenza, poi ha approfondito la storia di Empoli, del suo territorio e della affermazione della sua economia.
Tra i suoi molti libri quello dedicato alle lotte e allo sciopero dei ferrovieri vanta la copertina realizzata da Sineo Gemignani, realizzata nel 1957. Può essere definito storico a tutto campo e merita un’analisi e un’attenzione maggiore perché ha fatto molto per la nostra comunità.

Un dottore che volle essere scienziato
La conoscenza di nuovi popoli e di luoghi diversi, le possibili e significative esperienze da vivere, prima ancora della possibilità di un guadagno più certo di quello di un medico condotto, spingono il dottor Giuliano Vanghetti ad imbarcarsi sulle navi come medico di bordo. E’ anche il governo italiano che lo incarica dell’assistenza dei connazionali emigrati in paesi lontani. Negli interminabili viaggi Vanghetti tocca l’Australia, il Brasile, l’Argentina, gli Stati Uniti. Soprattutto è l’esperienza in città come New York, Rio de Janeiro, nelle grandi capitali con la loro modernità e con le loro strutture innovative, che lo conquistano. Impara diverse lingue, come l’inglese, lo spagnolo, il francese e il tedesco. Incontri e conversazioni con i colleghi di oltre oceano, chiacchiere con la gente comune, panorami diversi da quelli dei piccoli luoghi conosciuti lo affascinano, ma sarà tutt’altra esperienza quella che lo segnerà nella vita umana e professionale.
Vanghetti viene a sapere, durante uno dei suoi viaggi in giro per il mondo, che gli italiani sono stati sconfitti ad Adua. Qui, infatti, si svolse una battaglia decisiva della guerra di Abissinia del 1896, che frenò tra le nostre forze, guidate da Oreste Baratieri, e quelle condotte dal negus Menelik. Il disastro italiano, che provocò la morte di circa 6mila uomini, non lascia indifferente il dottore, e ancor di più lo tormentò l’immagine delle vittime, gli Ascari, fedeli alla bandiera italiana. Erano, questi, indigeni dell’Africa orientale italiana, inseriti regolarmente nei Regi Corpi delle truppe coloniali, che avevano combattute con fedeltà e coraggio in quasi tutte le battaglie di conquista dell’Eritrea e nella guerra di Abissinia. Vittime, sì, perché a loro furono mozzate la mano destra e il piede sinistro, il che significava, non solo barbare mutilazioni, ma sofferenze, infezioni, e spesso morte conseguente, in quel finire dell’Ottocento.
Il dottore, nato a Greve in Chianti, in provincia di Siena, l’8 ottobre del 1861, con studi a indirizzo scientifico e
laureato in Medicina all’Università di Bologna, non pare stimolato tanto dalla sua professione, quanto
dalla vita di laboratorio, dalla fabbricazione di strumenti funzionali al bisogno: siringhe, cateteri o cannule, così come, da bambino, costruiva giochi e giocattoli. Anche la sua esperienza nella casa di Empoli e quella di medico condotto della zona non lasciano in lui grandi tracce. Il suo è un animo ricco di valori, tanto che collabora allo studio dell’esperanto, l’interlingua con la quale si vogliono far dialogare i popoli nello spirito di comprensione e di pace.
In questo suo panorama ideale, le mutilazioni degli ascari turbano profondamente Vanghetti ed ancora di più lo sconvolgono sia l’umile ricompensa data loro, sia la vista delle protesi di legno, anzi dei tronchetti inviati dal governo italiano, che presto divengono inutilizzabili. Scrive il dottore che furono proprio “la barbarie contro di essi e la disillusione aggiunta loro, il primum movens dei miei studi di chirurgia cinematica».

Un gruppo di ascari, mutilati della mano destra e del piede sinistro
Da quel momento il dottore di Empoli si trasforma in scienziato, perché ha davanti agli occhi un arto che si muove e nel cuore la volontà di realizzare una mano che sia tale, anche se artificiale, una mano dotata di movimento e di forza. Un insieme di congetture, di ipotesi, di progetti lo impegnano costantemente. Il suo pensiero è ormai indirizzato e le sue cognizioni, non solo mediche e fisiche, ma anche meccaniche, gli fanno da supporto. Ecco infine la via! Tendini e muscoli recisi possono probabilmente svolgere la loro funzione se si riesce a trasmettere il movimento ad una protesi che diventa cinematica, dunque che si muove.
Abbandona le navi ed i suoi viaggi, ma non l’idea che lo accompagna ormai come un’ombra fedele e costante, anche quando cala il sole. Torna a Empoli e qui non vede e non sente, si potrebbe dire, perché si chiude nel suo laboratorio indifferente al giudizio e alle critiche sospettose della gente. Le sue cavie furono galline, poco costose, a portata di mano, anzi di pollaio, con “i tendini del tarso facilmente accessibili all’operatore”, tenute ferme in una scatola particolare costruita da lui, amputate di una o due zampe, apparentemente vittime della scienza, che tuttavia tornano a zampettare dopo la collocazione delle protesi. Valida così, nel 1896, la sua ipotesi sul fatto che “il tendine o il muscolo provvisto della necessaria protezione fisiologica potrà servire alla protesi”. Il suo metodo “Amputazioni, disarticolazioni e protesi” viene reso pubblico nel 1898, fatto pubblicare a carico dell’autore e spedito alle società scientifiche. Il tutto nell’indifferenza e nel silenzio.
Anche volendo, Vanghetti non può saggiare la sua teoria sull’uomo, perché non è un chirurgo. Due anni dopo presenta il suo metodo al professor Antonio Ceci, dotato di vasta esperienza, che dal 1899 è uno stimato professore ordinario alla clinica chirurgica dell’Università di Pisa. Del resto sono gli anni nei quali la chirurgia procede speditamente, grazie anche alle conquiste della anestesia, dell’emostasi e dell’antisepsi.
Nel dicembre del 1900 il chirurgo utilizza il metodo introdotto da Vanghetti dopo l’amputazione di parte di un braccio in un giovane ed ancora nel 1902 e pochi anni dopo. Dal 1905, le amputazioni dette cineplastiche del nostro empolese vengono praticate a Pisa. Il chirurgo Ceci tratta di questo suo primo intervento nel 1906, nell’ottavo volume degli Atti della Società Italiana di chirurgia: Tecnica generale delle amputazioni.
Allora, lodi e applausi per i meriti del nostro dottore che, con sua sensibilità e la sua pietà, ha individuato un metodo per migliorare la vita dei mutilati? Assolutamente no! Ancora diffidenza, invidia forse, sguardi dei chirurghi dall’alto delle loro cliniche universitarie, in basso verso un piccolissimo laboratorio ed un pollaio. I riconoscimenti saranno tardivi, dopo un’altra guerra ed altro doloro. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Suore Giuseppine
Qui si erano insediate prima ancora che l’Italia fosse unita ed erano rimaste ampliando via via il loro campo di azione. Fin dai primi anni l’attività principale è sempre stata l’istruzione dei giovani.
Nel 1875 fondarono il primo asilo, nel 1880 arrivò la scuola elementare privata e nel 1917 le scuole complementari. Nel 1926 furono chiamate a gestire l’orfanotrofio femminile, mentre due anni dopo fu fondato quello maschile. Erano gli anni della “spagnola” e i bambini a centinaia rimanevano orfani. Il ciclo di studi venne completato nel 1942, pochi mesi prima che un tremendo bombardamento colpisse Empoli e vedesse le suore impegnate nell’assistenza, con l’istituzione della scuola magistrale. Ma il convento di via Fabiani rappresentava un luogo di approdo per molte giovani che avevano conosciuto la vocazione. Ce n’erano di empolesi (suor Francesca Romana, suor Maria Giulia, suor Teresa del Bambin Gesù, suor Alipia, suor Davidica e suor Anna Malquori), ma molte arrivavano da fuori e qui si stabilivano.
Su tutte suor Maria de Greef, venuta a Empoli dal Belgio per seguire suo padre vetraio. «Sono centinaia e centinaia i bambini e i ragazzi che si sono formati nelle nostre scuole – raccontano suor Liliana e suor Pia, le ultime rimaste insieme alle sorelle Nannina, Cellina, Dorotea e alla responsabile suor Adeloisa – il nostro ordine negli anni ha rappresentato un punto di riferimento importante per la comunità. Dal 1973, però, con la crisi di vocazioni in Italia e la riscoperta delle missioni nelle parti più povere del mondo il numero di sorelle è progressivamente calato. Abbiamo dovuto abbandonare le scuole, eccetto l’asilo che abbiamo gestito fino al 2006 (dal 2008 è passato in gestione alla cooperativa Il Piccolo Principe e continuerà la sua attività, ndc). Ma l’attività delle sorelle non si è fermata». Gruppi parrocchiali, catechismo, visite e assistenza ai malati, ma anche corsi doposcuola e di lingua per alcune ragazze cinesi, gruppi di cucito, visite agli internati dell’Opg di Montelupo. Finora si è continuato a celebrare messa nella cappella interna e la struttura si è aperta ai gruppi di preghiera della comunità filippina e georgiana. Una vita di servizio, insomma, che rimarrà solo un ricordo per gli empolesi che hanno incrociato la propria vita con quello della comunità. «Non sappiamo che fine farà la struttura – continuano – che rimane di proprietà dell’Ordine. L’asilo, che ospita ben 52 bambini, continuerà a funzionare e noi verremo spostate in altre comunità in Italia».