Curiosità

INNO DELL’EMPOLI F.B.C.

Le parole sono di Ugo Cinotti, la musica di Lionello Cecchi nella partitura per canto e pianoforte stilata come inno empolese delle partite di pallone.
Sulla prima pagina, sotto il titolo, una semplice, ingenua immagine di un giocatore con tanto di pallone al piede.
Il documento è conservato nell’archivio della Pro Empoli.
Si tratta di un canto a tempo di marcia moderato, che inizia con un doppio “Hurrà”, e prosegue con parole di incitamento rivolte ai baldi giovani calciatori del 1921 e con immagini legate ai quei tempi.

“Via per il campo in gaio stuol
Muovesi, balza, vi rompe il goal.
E’ questa nostra gioventù
Germogliante all’aura, al sol!
Noi starem sempre forti
Sul conteso limitar
Ché vincenti in dura prova
Maggior vanto è triofar.”

Si parla anche di furlana, con riferimento forse all’antica danza popolare friulana, di carattere vivace, ballata in tondo, a salti, della quale si trovano esempi idealizzati anche in composizioni di  Bach e Ravel, a somiglianza forse dei balzi, dei salti, delle acrobazie messe in atto dai giocatori durante la partita sul campo di calcio.

“Sempre alta la furlana
Per quadruplice valor
Salde membra, piede svelto,
ciglio fermo, lieto cor,
sempre in luce il bel colore
sol per noi si leverà,
al club d’Empoli Foot ball
sempre hip
sempre Hurrà”.
E al termine della partitura ecco la firma autografa di Cecchi.

LA MADONNA VESTITA

Nel vasto panorama delle sacre raffigurazioni plastiche dedicate alla Vergine non troviamo spesso, nella nostra zona, le Madonne vestite. Il particolare fenomeno di queste statue ha riguardato, tuttavia, molte chiese toscane, che però conservano poche testimonianze. Il termine indica i manichini concepiti per essere vestiti, e dunque ben rifiniti nelle parti del corpo che restano visibili dopo la vestizione e meno definiti nelle parti nascoste dagli abiti. L’altezza di queste statue si diversifica in base alla loro collocazione: sono quasi ad altezza naturale se destinate al culto pubblico, mentre hanno dimensioni ridotte per le abitazioni private.
L’iconografia maggiormente diffusa è quella mariana, anche se non mancano statue di santi o di Gesù Bambino. Questi oggetti polimaterici, esposti in teche, dentro le nicchie o sugli altari, sono stati oggetto di una coinvolgente e appassionata devozione popolare dalla matrice arcaica. Vestire una statua, infatti, se da un lato simboleggiava la maestà dell’oggetto, dall’altro testimoniava l’impegno e l’ostentazione, anche economica, dei fedeli nella vestizione.
Tra il XIX e il XX secolo, tuttavia, si teme che il filo divisorio tra devozione e idolatria, tra fede e superstizione sia troppo sottile. Con la diminuita potenza delle confraternite, inoltre, si assottiglia la fila dei benefattori. Diminuisce il senso di appartenenza, l’investimento nella devozione, la stessa ricchezza delle famiglie. Ecco che la maggior parte delle statue vestite è oggi conservata, o più spesso abbandonata, nelle sacrestie, nelle cantine o nei sottotetti, salvo quelle che fanno parte di esposizioni museali.
Sorprende dunque vedere una di queste Madonne nella bella chiesa di Corniola dei santi Simone e Giuda, concessa nel 1568 dal capitolo di Sant’Andrea da cui dipendeva. A destra guardando l’altare, protetta da una teca e vicina ad un quadro sulla “Visitazione” che “Mascagni Leonardus pratensis fecit” nel 1594, la statua è vestita di bianco, come una sposa o come una regina. Pare, ed è una statua processionale, come spesso avveniva per le effigi vestite collocate nelle nicchie dei luoghi sacri, efficace come tramite tra il sacro e la più semplice espressione popolare. Fino a tre anni fa, infatti, questa statua veniva portata in processione da Corniola fino alla chiesa dei cappuccini per poi tornare in sede dopo le cerimonie religiose. Era generalmente il popolo che con le elemosine, le offerte, i doni di oggetti preziosi offriva l’occorrente per l’abbellimento della statua. La Madonna sorreggeva il Bambino, che è stato trafugato tagliano un dito alla statua, oggi coperto da un mazzo di fiori. I lunghi capelli sono scuri e veri.
L’abbigliamento è costituito da sottovesti e abito bianco che sembra di seta decorato con ricami di fiori viola e bianchi e trine fragili e per questo molto soggetti a degrado. Una cintura dorata trattiene il drappeggio, mentre non manca una borsetta anch’essa ricamata. La corona sui capelli identificano la Regina del cielo, posta su un piedistallo ligneo. Sopra ad un arco si legge la preghiera “Decor Carmeli ora pro nobis”.
A documentare la storia delle Madonne Vestite, un’altra statua, molto più piccola della precedente, si trova in una teca appesa alla parete di una delle varie stanze che compongono l’abitazione del sacerdote. Più piccola, invero, perché non è destinata alle processioni, ma proviene da un’abitazione privata o, più probabilmente da una cappella. La Madonna ha lunghi capelli veri color castano. Il manto è azzurro ad indicarla come regina del cielo, mentre l’abito è color oro con ricche e laboriose decorazioni alla base. Molte corone di perle, di pietre diverse ed alcune piccole croci sono appuntate sul suo abito come ex voto o come ulteriore decorazione. Una corona è posta ai suoi piedi: si tratta di un fine lavoro di stoffa e ago, reso rigido e abbellito con pietre lucenti del tipo zirconi.

LE PAURE DEL MIO PAESE

Nino Bini

2 foto una di un fantasma qualsiasi e una la consegno prossimamente.
Alcuni ricordi di fantasmi, streghe, diavoli vari appartengono al periodo compreso tra il 1850 e il 1950 e sono ricavati dalle antiche cronache, dai ricordi dei miei nonni e bisavoli, da quelli degli amici e da testimonianze orali di volenterosi concittadini.
Il buio era l’habitat naturale di ogni strana parvenza. I lumi accesi lungo le strade gettavano ombre e penombre suggestive in punti diversi. Era Tonino, una guardia comunale, incaricato delle accensioni. Spesso doveva intraprendere e vincere una vera e propria battaglia con la tramontana che fischiava lungo le nostre strade e pareva soffiare per impedirgli di dar fuoco agli stoppini. Quando il tedesco Klein, per la fornitura della luce elettrica sia pubblica che privata, impiantò una centralina a carbone nello scantinato della sua abitazione nell’angolo tra via Cavour e piazza XXIV luglio, pareva il momento buono per la fuga di tutti gli spiriti e delle paure che animavano la comunità.
L’attesa inaugurazione avvenne il I° maggio 1898 alle ore 21. Le lampade collocate in piazza Farinata degli Uberti si accesero, facendo gridare di meraviglia. Subito dopo, però, il signor Klein, tra le urla di vergogna, assistè ad una subitanea fuga di molte donne per l’inaspettato bagliore, che metteva in mostra le tante toppe cucite sulle lunghe sottane, allora in uso. Il povero Klein si domandava il perché di quel subbuglio, mentre i musicisti presenti per l’occasione davano fiato agli ottoni con le note di una canzone in voga, chiamata dagli empolesi “La bella inglesina”.
Le paure di notturni personaggi, tuttavia, non cessarono subito perché, ancora nel secondo decennio del Novecento, i fantasmi furono visti nei pressi del cimitero comunale.
E’ necessario però presentare l’originale personaggio, oggetto dell’accaduto. Abitava a Empoli un poveruomo conosciuto da tutti con il soprannome di “Raspino, con cento metri di budella vuote”. Si dichiarava anarchico e non aveva mai chiesto l’elemosina; al massimo aspettava che il fruttivendolo mettesse fuori il cesto con i torsoli di cavolo o le ceste con la frutta marcita e invendibile, per portarseli a casa, previa richiesta e autorizzazione del verduraio.
Poco dopo la sua morte ebbero inizio le prime voci. Si raccontava come l’anima di Raspino veleggiasse lungo il muro del camposanto, lamentandosi e pentendosi della sua miscredenza in vita.
Intorno al 1920, alcuni amici, seduti al caffè del Nacchi, decisero di recarsi sul posto per vedere con i propri occhi questa ombre piagnucolosa. In una notte senza luna si avvicinarono alla zona dell’apparizione e videro, in effetti, un’ombra che pareva camminare sospesa nell’aria. Senza timore ed in silenzio entrarono nel cimitero, sorprendendo un insolito spettro che camminava sospeso, sì, ma su trampoli di legno alti quanto il muro di cinta. Svelti dettero uno scrollone alle protesi di legno e la controfigura di raspino, perduto l’equilibrio, cadde in terra lamentandosi, questa volta con ragione, per il dolore avvertito.
Si trattava, in realtà, di un povero saltimbanco che, per un tozzo di pane, recitava per qualche mandante il lamento del peccatore. Aiutato dai coraggiosi burloni con qualche moneta, quest’uomo abbandonò i panni dello spettro nel macabro spettacolo del pentito e sparì dalla circolazione.

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