Negozi Storici

Il baccalà

In un periodo nel quale vie e piazze assumevano un’identità legata alla peculiarità del luogo, alle famiglie che vi abitavano, ai mestieri che vi si svolgevano, artigiani, venditori ambulanti, negozianti rispecchiavano in maniera subitanea il carattere del territorio, rendendolo immediatamente leggibile. Nomi degli antichi mestieri rimangono spesso nella toponomastica delle città, conservato nelle targhe di alcuni rioni fiorentini: ecco via dei Sediai, quella dei Funari, Cimatori, Fornari, Cestari, Staderai ed altre simili.
Protagonisti anonimi ma non per questo meno significativi, della storia locale, questi lavoratori rendevano viva una piazza o una strada con i richiami urlati, le frasi caserecce, ma riconoscibili, l’esposizione dei prodotti all’esterno delle abitazioni o delle botteghe.
“Donne, ce l’ho con l’olio”, “Ecco l’arrotino, donne” erano alcuni degli slogan improvvisati, ma efficaci che venivano lanciati a gran voce lungo le strade cittadine dagli ambulanti. “Arriva il materassaio” era un altro grido che si sentiva risuonare soprattutto in estate, fino alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando ancora nelle abitazioni si usavano materassi di lana e non era esplosa l’epoca dei Permaflex. Il materassaio si fermava là dove era chiamato, scuciva la stoffa, estraeva la lana, la puliva, la stendeva al sole, la cardava per reinserirla nel materasso che ricuciva con i lunghi aghi saccurati.
Nelle botteghe, invece, era la merce ad essere esposta in bella mostra, sia all’interno dove le bestie macellate, appese a saldi ganci, oscillavano dal soffitto, mentre in terra un letto di segatura assorbiva gocce di sangue che scendevano sempre più lentamente, sia esterno delle antiche botteghe, per richiamare gli acquirenti e per sfruttare al meglio la luce del giorno.
Così si vedevano pezzi di pesce salato, il baccalà, merluzzo salato e seccato al vento, o lo stoccafisso ammollato nell’acqua delle tinozze di legno o stagnate, poste davanti alla rivendita. I grossi tranci, ammollati all’esterno per la vendita, catturavano l’attenzione delle massaie, lanciando anche il suo grido di avviso. Un tempo cibo dei poveri, il baccalà si diffonde anche con la Controriforma quando, per contrastare le tesi di Martin Lutero, la Chiesa indisse il Concilio di Trento. Tornò allora in auge il mangiar magro, come il baccalà che si consumava quasi esclusivamente il venerdì e nel periodo della Quaresima.
Il 29 ottobre 1858 l’empolese Giusto Lazzeri chiede all’ufficio comunale competente “il permesso di tenere a lato della di lui bottega posta sul Canto del Pretorio, due tinozze di legno per ammollarvi e vendere il Baccalare” insieme alla richiesta di collocare “nei soli giorni di mercato alcune mensole di legno amovibili nella facciata della di lui bottega tanto dal lato di via Ferdinanda quanto da quello del Canto Ghibellino”. Si concede che le due tinozze atte a depurare il sale del pescato possano essere poste all’esterno della bottega, “dalla parte di via Ferdinanda e dalla parte destra della porta medesima, onde non avvicinare troppo l’ingombro alla Cantonata, purché le tinozze non abbiano un diametro maggiore di un braccio”.
Si pensa anche ll’igiene pubblica richiedendo che si costruisca “a proprie spese un chiavichino che dalla propria bottega immetta le acque usate per la lavatura e ammollatura del Baccalà ed altri pesci salati nella pubblica fogna, senza versarne in modo alcuno neppure in piccola quantità sul lastrico della strada”.

LE PAURE DEL MIO PAESE

Nino Bini

2 foto una di un fantasma qualsiasi e una la consegno prossimamente.
Alcuni ricordi di fantasmi, streghe, diavoli vari appartengono al periodo compreso tra il 1850 e il 1950 e sono ricavati dalle antiche cronache, dai ricordi dei miei nonni e bisavoli, da quelli degli amici e da testimonianze orali di volenterosi concittadini.
Il buio era l’habitat naturale di ogni strana parvenza. I lumi accesi lungo le strade gettavano ombre e penombre suggestive in punti diversi. Era Tonino, una guardia comunale, incaricato delle accensioni. Spesso doveva intraprendere e vincere una vera e propria battaglia con la tramontana che fischiava lungo le nostre strade e pareva soffiare per impedirgli di dar fuoco agli stoppini. Quando il tedesco Klein, per la fornitura della luce elettrica sia pubblica che privata, impiantò una centralina a carbone nello scantinato della sua abitazione nell’angolo tra via Cavour e piazza XXIV luglio, pareva il momento buono per la fuga di tutti gli spiriti e delle paure che animavano la comunità.
L’attesa inaugurazione avvenne il I° maggio 1898 alle ore 21. Le lampade collocate in piazza Farinata degli Uberti si accesero, facendo gridare di meraviglia. Subito dopo, però, il signor Klein, tra le urla di vergogna, assistè ad una subitanea fuga di molte donne per l’inaspettato bagliore, che metteva in mostra le tante toppe cucite sulle lunghe sottane, allora in uso. Il povero Klein si domandava il perché di quel subbuglio, mentre i musicisti presenti per l’occasione davano fiato agli ottoni con le note di una canzone in voga, chiamata dagli empolesi “La bella inglesina”.
Le paure di notturni personaggi, tuttavia, non cessarono subito perché, ancora nel secondo decennio del Novecento, i fantasmi furono visti nei pressi del cimitero comunale.
E’ necessario però presentare l’originale personaggio, oggetto dell’accaduto. Abitava a Empoli un poveruomo conosciuto da tutti con il soprannome di “Raspino, con cento metri di budella vuote”. Si dichiarava anarchico e non aveva mai chiesto l’elemosina; al massimo aspettava che il fruttivendolo mettesse fuori il cesto con i torsoli di cavolo o le ceste con la frutta marcita e invendibile, per portarseli a casa, previa richiesta e autorizzazione del verduraio.
Poco dopo la sua morte ebbero inizio le prime voci. Si raccontava come l’anima di Raspino veleggiasse lungo il muro del camposanto, lamentandosi e pentendosi della sua miscredenza in vita.
Intorno al 1920, alcuni amici, seduti al caffè del Nacchi, decisero di recarsi sul posto per vedere con i propri occhi questa ombre piagnucolosa. In una notte senza luna si avvicinarono alla zona dell’apparizione e videro, in effetti, un’ombra che pareva camminare sospesa nell’aria. Senza timore ed in silenzio entrarono nel cimitero, sorprendendo un insolito spettro che camminava sospeso, sì, ma su trampoli di legno alti quanto il muro di cinta. Svelti dettero uno scrollone alle protesi di legno e la controfigura di raspino, perduto l’equilibrio, cadde in terra lamentandosi, questa volta con ragione, per il dolore avvertito.
Si trattava, in realtà, di un povero saltimbanco che, per un tozzo di pane, recitava per qualche mandante il lamento del peccatore. Aiutato dai coraggiosi burloni con qualche moneta, quest’uomo abbandonò i panni dello spettro nel macabro spettacolo del pentito e sparì dalla circolazione.

Il baccalà

In un periodo nel quale vie e piazze assumevano un’identità legata alla peculiarità del luogo, alle famiglie che vi abitavano, ai mestieri che vi si svolgevano, artigiani, venditori ambulanti, negozianti rispecchiavano in maniera subitanea il carattere del territorio, rendendolo immediatamente leggibile. Nomi degli antichi mestieri rimangono spesso nella toponomastica delle città, conservato nelle targhe di alcuni rioni fiorentini: ecco via dei Sediai, quella dei Funari, Cimatori, Fornari, Cestari, Staderai ed altre simili.
Protagonisti anonimi ma non per questo meno significativi, della storia locale, questi lavoratori rendevano viva una piazza o una strada con i richiami urlati, le frasi caserecce, ma riconoscibili, l’esposizione dei prodotti all’esterno delle abitazioni o delle botteghe.
“Donne, ce l’ho con l’olio”, “Ecco l’arrotino, donne” erano alcuni degli slogan improvvisati, ma efficaci che venivano lanciati a gran voce lungo le strade cittadine dagli ambulanti. “Arriva il materassaio” era un altro grido che si sentiva risuonare soprattutto in estate, fino alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando ancora nelle abitazioni si usavano materassi di lana e non era esplosa l’epoca dei Permaflex. Il materassaio si fermava là dove era chiamato, scuciva la stoffa, estraeva la lana, la puliva, la stendeva al sole, la cardava per reinserirla nel materasso che ricuciva con i lunghi aghi saccurati.
Nelle botteghe, invece, era la merce ad essere esposta in bella mostra, sia all’interno dove le bestie macellate, appese a saldi ganci, oscillavano dal soffitto, mentre in terra un letto di segatura assorbiva gocce di sangue che scendevano sempre più lentamente, sia esterno delle antiche botteghe, per richiamare gli acquirenti e per sfruttare al meglio la luce del giorno.
Così si vedevano pezzi di pesce salato, il baccalà, merluzzo salato e seccato al vento, o lo stoccafisso ammollato nell’acqua delle tinozze di legno o stagnate, poste davanti alla rivendita. I grossi tranci, ammollati all’esterno per la vendita, catturavano l’attenzione delle massaie, lanciando anche il suo grido di avviso. Un tempo cibo dei poveri, il baccalà si diffonde anche con la Controriforma quando, per contrastare le tesi di Martin Lutero, la Chiesa indisse il Concilio di Trento. Tornò allora in auge il mangiar magro, come il baccalà che si consumava quasi esclusivamente il venerdì e nel periodo della Quaresima.
Il 29 ottobre 1858 l’empolese Giusto Lazzeri chiede all’ufficio comunale competente “il permesso di tenere a lato della di lui bottega posta sul Canto del Pretorio, due tinozze di legno per ammollarvi e vendere il Baccalare” insieme alla richiesta di collocare “nei soli giorni di mercato alcune mensole di legno amovibili nella facciata della di lui bottega tanto dal lato di via Ferdinanda quanto da quello del Canto Ghibellino”. Si concede che le due tinozze atte a depurare il sale del pescato possano essere poste all’esterno della bottega, “dalla parte di via Ferdinanda e dalla parte destra della porta medesima, onde non avvicinare troppo l’ingombro alla Cantonata, purché le tinozze non abbiano un diametro maggiore di un braccio”.
Si pensa anche ll’igiene pubblica richiedendo che si costruisca “a proprie spese un chiavichino che dalla propria bottega immetta le acque usate per la lavatura e ammollatura del Baccalà ed altri pesci salati nella pubblica fogna, senza versarne in modo alcuno neppure in piccola quantità sul lastrico della strada”.

LE PAURE DEL MIO PAESE

Nino Bini

2 foto una di un fantasma qualsiasi e una la consegno prossimamente.
Alcuni ricordi di fantasmi, streghe, diavoli vari appartengono al periodo compreso tra il 1850 e il 1950 e sono ricavati dalle antiche cronache, dai ricordi dei miei nonni e bisavoli, da quelli degli amici e da testimonianze orali di volenterosi concittadini.
Il buio era l’habitat naturale di ogni strana parvenza. I lumi accesi lungo le strade gettavano ombre e penombre suggestive in punti diversi. Era Tonino, una guardia comunale, incaricato delle accensioni. Spesso doveva intraprendere e vincere una vera e propria battaglia con la tramontana che fischiava lungo le nostre strade e pareva soffiare per impedirgli di dar fuoco agli stoppini. Quando il tedesco Klein, per la fornitura della luce elettrica sia pubblica che privata, impiantò una centralina a carbone nello scantinato della sua abitazione nell’angolo tra via Cavour e piazza XXIV luglio, pareva il momento buono per la fuga di tutti gli spiriti e delle paure che animavano la comunità.
L’attesa inaugurazione avvenne il I° maggio 1898 alle ore 21. Le lampade collocate in piazza Farinata degli Uberti si accesero, facendo gridare di meraviglia. Subito dopo, però, il signor Klein, tra le urla di vergogna, assistè ad una subitanea fuga di molte donne per l’inaspettato bagliore, che metteva in mostra le tante toppe cucite sulle lunghe sottane, allora in uso. Il povero Klein si domandava il perché di quel subbuglio, mentre i musicisti presenti per l’occasione davano fiato agli ottoni con le note di una canzone in voga, chiamata dagli empolesi “La bella inglesina”.
Le paure di notturni personaggi, tuttavia, non cessarono subito perché, ancora nel secondo decennio del Novecento, i fantasmi furono visti nei pressi del cimitero comunale.
E’ necessario però presentare l’originale personaggio, oggetto dell’accaduto. Abitava a Empoli un poveruomo conosciuto da tutti con il soprannome di “Raspino, con cento metri di budella vuote”. Si dichiarava anarchico e non aveva mai chiesto l’elemosina; al massimo aspettava che il fruttivendolo mettesse fuori il cesto con i torsoli di cavolo o le ceste con la frutta marcita e invendibile, per portarseli a casa, previa richiesta e autorizzazione del verduraio.
Poco dopo la sua morte ebbero inizio le prime voci. Si raccontava come l’anima di Raspino veleggiasse lungo il muro del camposanto, lamentandosi e pentendosi della sua miscredenza in vita.
Intorno al 1920, alcuni amici, seduti al caffè del Nacchi, decisero di recarsi sul posto per vedere con i propri occhi questa ombre piagnucolosa. In una notte senza luna si avvicinarono alla zona dell’apparizione e videro, in effetti, un’ombra che pareva camminare sospesa nell’aria. Senza timore ed in silenzio entrarono nel cimitero, sorprendendo un insolito spettro che camminava sospeso, sì, ma su trampoli di legno alti quanto il muro di cinta. Svelti dettero uno scrollone alle protesi di legno e la controfigura di raspino, perduto l’equilibrio, cadde in terra lamentandosi, questa volta con ragione, per il dolore avvertito.
Si trattava, in realtà, di un povero saltimbanco che, per un tozzo di pane, recitava per qualche mandante il lamento del peccatore. Aiutato dai coraggiosi burloni con qualche moneta, quest’uomo abbandonò i panni dello spettro nel macabro spettacolo del pentito e sparì dalla circolazione.

LE PAURE DEL MIO PAESE

Nino Bini

2 foto una di un fantasma qualsiasi e una la consegno prossimamente.
Alcuni ricordi di fantasmi, streghe, diavoli vari appartengono al periodo compreso tra il 1850 e il 1950 e sono ricavati dalle antiche cronache, dai ricordi dei miei nonni e bisavoli, da quelli degli amici e da testimonianze orali di volenterosi concittadini.
Il buio era l’habitat naturale di ogni strana parvenza. I lumi accesi lungo le strade gettavano ombre e penombre suggestive in punti diversi. Era Tonino, una guardia comunale, incaricato delle accensioni. Spesso doveva intraprendere e vincere una vera e propria battaglia con la tramontana che fischiava lungo le nostre strade e pareva soffiare per impedirgli di dar fuoco agli stoppini. Quando il tedesco Klein, per la fornitura della luce elettrica sia pubblica che privata, impiantò una centralina a carbone nello scantinato della sua abitazione nell’angolo tra via Cavour e piazza XXIV luglio, pareva il momento buono per la fuga di tutti gli spiriti e delle paure che animavano la comunità.
L’attesa inaugurazione avvenne il I° maggio 1898 alle ore 21. Le lampade collocate in piazza Farinata degli Uberti si accesero, facendo gridare di meraviglia. Subito dopo, però, il signor Klein, tra le urla di vergogna, assistè ad una subitanea fuga di molte donne per l’inaspettato bagliore, che metteva in mostra le tante toppe cucite sulle lunghe sottane, allora in uso. Il povero Klein si domandava il perché di quel subbuglio, mentre i musicisti presenti per l’occasione davano fiato agli ottoni con le note di una canzone in voga, chiamata dagli empolesi “La bella inglesina”.
Le paure di notturni personaggi, tuttavia, non cessarono subito perché, ancora nel secondo decennio del Novecento, i fantasmi furono visti nei pressi del cimitero comunale.
E’ necessario però presentare l’originale personaggio, oggetto dell’accaduto. Abitava a Empoli un poveruomo conosciuto da tutti con il soprannome di “Raspino, con cento metri di budella vuote”. Si dichiarava anarchico e non aveva mai chiesto l’elemosina; al massimo aspettava che il fruttivendolo mettesse fuori il cesto con i torsoli di cavolo o le ceste con la frutta marcita e invendibile, per portarseli a casa, previa richiesta e autorizzazione del verduraio.
Poco dopo la sua morte ebbero inizio le prime voci. Si raccontava come l’anima di Raspino veleggiasse lungo il muro del camposanto, lamentandosi e pentendosi della sua miscredenza in vita.
Intorno al 1920, alcuni amici, seduti al caffè del Nacchi, decisero di recarsi sul posto per vedere con i propri occhi questa ombre piagnucolosa. In una notte senza luna si avvicinarono alla zona dell’apparizione e videro, in effetti, un’ombra che pareva camminare sospesa nell’aria. Senza timore ed in silenzio entrarono nel cimitero, sorprendendo un insolito spettro che camminava sospeso, sì, ma su trampoli di legno alti quanto il muro di cinta. Svelti dettero uno scrollone alle protesi di legno e la controfigura di raspino, perduto l’equilibrio, cadde in terra lamentandosi, questa volta con ragione, per il dolore avvertito.
Si trattava, in realtà, di un povero saltimbanco che, per un tozzo di pane, recitava per qualche mandante il lamento del peccatore. Aiutato dai coraggiosi burloni con qualche moneta, quest’uomo abbandonò i panni dello spettro nel macabro spettacolo del pentito e sparì dalla circolazione.

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